Grida, stridore e semplicità.

Nel corso degli anni ’90 qualcuno profetizzava la fine dell’architettura: la sua inutilità sociale, l’impalpabilità della figura dell’architetto dovuta alla  frammentazione dell’autostima di intere generazioni di professionisti e adepti.

Poi il nuovo secolo e un secco quanto vorticoso cambio di tendenza ha portato all’ipertrofia dell’architettura come tema più che come sistema: privata delle sue archetipiche sembianze disciplinari, della sua natura , essa si presenza con l’inconsistenza del simulacro di sè stessa, come presenza immaginifica (e immaginaria) nel contemporaneo. Con la vanesia ottusità del “purchessia”.

Al di là della propria funzione principale (che forse è l’ultima delle preoccupazioni di chi le partorisce e  che lasceremo da parte), le architetture che caratterizzano il panorama d’oggi (escludendo quelle “chicche” della cui esistenza  solo pochi vengono a conoscenza non essendo rappresentative di qualche Potere), si palesano in esorbitanti volumi addobbati di involucri e farciti di ben poca sostanza:   in prima fila al fianco dei prodotti della moda, di quelli della sottocultura promossa da certa TV, interpretano  una propria fiction che sottotitola “eccoci, ci siamo anche noi”. Edifici come cappelli o scarpe, come bidet o o frullatori dalle forme ammiccanti.

Per autoaffermarsi l’architettura d’oggi ricorre alla urlata  messaggistica cifrata tipica del tempo:  a ben guardare chi urla il proprio bisogno di emergere, di “apparire”, sono i suoi artefici da guerre stellari . Gridano più forte che possono attraverso le loro creature, mastodonti impazziti e deformi, mentre calpestano ciò che resta della Terra, facendoli baluginare di titanio aggrappato all’acciaio, di vetro, lattice, plastica  bloccati dal cemento. Iperoggetti che feriscono lo sguardo con guizzi metallici e moltiplicano i gradi centigradi dell’ambiente circostante sotto il sole californiano o spagnolo, mandano in apnea  chi li guarda colpendolo con bolle ectoplastiche per le strade di Manhattan, inquietano ansiogeni i passanti con grovigli di travi, di tubi, di pilastri resi meno glabri da improbabili rivestimenti vegetali  nati morti, adducendo l’empatia ambientale come ragion d’essere ancora prima d’aver chiarito cosa è ambiente, cosa è ambiente umano innanzi tutto.

Ciò che va  sotto il nome di architettura strepita attraverso spirali generate anche all’interno di vecchie rigidità storiche, con l’ambizione negletta di rivalutarne le vesigia, di riscattarne una storia pigra e mai grandiosa, così come a creare landmarks: packaging. Il pacchetto regalo sotto l’albero in effetti  stupisce sempre: infiocchettato, malandrino, foriero dell’idea che il contenuto poi supererà anche l’accattivanza del contenitore.

E’ così che un po’ tutti, che siamo o meno addetti ai lavori, ci avviciniamo con occhi bambini a questi nuovi  prodotti del nostro tempo, luccicanti e luminosi, spesso anche sonori, sentendoci in obbligo di rispondere producendo in noi stessi un’emozione, predisposti a “sentire” quel brivido, quel tocco del cuore, che supponiamo si debba a tale dovizia di mezzi. Per non sentirci anacronistici, o peggio retrogradi reazionari nostalgici. Così proviamo a lasciarci andare, a lasciarci davvero stupire. Proviamo a crederci: per una o mille ragioni…

Ma spesso, troppo spesso, varcando la soglia di un grande edificio contemporaneo, ci troviamo dentro al niente, o meglio, dentro a un caos artefatto, a grovigli di ascensori panoramici, rampe (mobili o immobili) panoramiche per arrivare a punti panoramici in cui dialogare (noi utenti) con il territorio, con la città all’intorno che, altrimenti, non ci preoccuperemmo di leggere camminandoci dentro.

Cerchiamo di identificare, comunque, la poetica dello spazio, la ragione del suo creatore, proviamo a immaginare dove la punta affilata della sua matita (leggasi: mouse) avrebbe voluto condurci… Un piccolo tentativo di emozione, subito spento, superato da una specie di disagio, dalla consapevolezza di essere sotto l’effetto di una manipolazione, di una coercizione.

Superato il tragitto contorto, i sotto-sopra passaggi, i cambiamenti di quota, tutta l’angosciosità frenetica del percorrere lo spazio nelle tre dimensioni e in tutti gli orientamenti possibili, eccolo: lo spazio in cui riposarsi. La vera emozione positiva è data dal contrasto: il vero godimento dello sperimentatore di queste vastità interrotte da tagli materici, è generato dalle dimensioni regolari, dalle altezze armoniose, dalla luce naturale, dall’assenza di  riverberazione acustica. Uno spazio vuoto, senza particolari ambizioni plastiche. Uno spazio Normale.

L’ estasi, alla fine, si sostanzia in uno spazio “banale”, ma straordinario perchè sta bene all’occhio, all’orecchio, alla psiche umana.

Perchè è regolare, possedendo proporzioni che permettono allo sguardo di posarsi sullo spazio circostante senza affaticamenti, senza imbarazzi per la fatica di comprendere scelte progettuali punitive. La luce del sole al tramonto crea ombre note, accarezza le cose, suggerisce l’idea che la semplicità è il miglior risultato che un progettista possa ottenere. Ma che oggi molti temono di perseguire. Sandra Lasagni

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